giovedì 12 settembre 2013

L’arte del debriefing: Platone, Gadamer e la domanda

Buongiorno a tutti,

oggi voglio condividere con voi una riflessione nata da tempo nella mia testa e che si è fatta più forte a seguito dell'esperienza vissuta assieme, nella quale è stato sottolineato fortemente il valore della domanda. Ancora una volta la prendo a prestito dal mio blog personale e vi lascio chiedendovi: che cosa rappresenta per voi la domanda?


"Da sempre sono convinta che la formazione esperienziale conservi in sé un approccio metodologico preso a prestito dall’antica arte socratica della maieutica. Pertanto affiancare formazione e filosofia mi è sempre sembrato naturale.

La domanda, come nella formazione esperienziale, così nella filosofia platonica ha un ruolo centrale. Il compito del maestro è quello di fare domande per aiutare il discente a partorire un sapere che già si trova dentro di lui. Socrate era paragonato a un fastidioso tafano proprio per la sua insistenza nel fare domande e la sua altrettanta testardaggine nel non dare risposte ai suoi interlocutori.

Accanto all’idea fondante della maieutica, secondo cui la persona possiede dentro di sé tutte le risorse per trovare delle risposte, esiste un’altra concezione filosofica che si sposa perfettamente con la teoria della riflessione nella formazione esperienziale: la filosofia di Hans Georg Gadamer (1900-2002)[1].

Nella formazione esperienziale il momento dell’osservazione riflessiva dell’esperienza, possiede un grande peso sul piano dell’apprendimento e della ricerca personale di significato. Il filosofo, che scriveva che “l’arte del domandare è l’arte stessa del pensare”, propone “come «logica» propria dell’esperienza ermeneutica, interpretativa, la «logica di domanda e risposta»”[2], dinamica che era prevista dal dialègesthai (il dialogare) platonico.
Lo strumento di ricerca per eccellenza è la domanda, e il sapere, secondo Gadamer, passa proprio attraverso il domandare. Passando per l’esperienza possiamo scoprire che le cose stanno in modo diverso da come si credeva inizialmente e in questo percorso la domanda rappresenta la chiave per pervenire a questa scoperta.

Ma c’è una cosa che più di tutte trovo illuminante della concezione del domandare di Gadamer. La peculiarità della domanda è che da una parte apre al dialogo con l’altro, dall’altra apre a delle possibilità. Interessante è la ripresa del termine greco dialègesthai così come lo intendeva Platone: da una parte come arte del dialogo e dall’altra come arte della divisione, della scelta. Gadamer somma queste due componenti facendo della domanda lo strumento che è “interlocuzione e insieme apertura di un’alternativa”.

In quest’ottica, alla domanda viene riconosciuto un primato e da formatrice ritengo questo rappresenti un grande insegnamento da tenere a mente ogni volta che ci apriamo al dialogo con l’altro."



[1] A partire dagli anni Sessanta del ‘900 si inizia a sentire parlare un nuovo tipo di filosofia: la “filosofia pratica”. Hans Georg Gadamer è uno tra i suoi primi teorici.
[2] Abbagnano, N., 1998, Dizionario di filosofia, UTET SpA Torino



martedì 10 settembre 2013

Un altra forma di Feedback


Credo che l’idea di un laboratorio sperimentale, che sviluppasse una tematica attraverso un percorso esperienziale della durata di quasi un anno, che quindi non si esaurisse in un unico momento formativo di un giorno, abbia rappresentato un momento di crescita e di approfondimento innovativo per tutto il nostro team. Ho provato a sintetizzare con un video emozioni, riflessioni e interrogativi emersi legati alla Resilienza. Spero vi piaccia. Grazie all’azienda, agli sponsor e a coloro che hanno reso possibile tutto questo. Grazie a Stefano per l'ausilio tecnico e di visual creativeness.
 
 

mercoledì 4 settembre 2013

Allenarci alla resilienza già da piccoli: l'equilibrio tra cura e sfida.

Buonasera a tutti! 
Mi inserisco tra i vostri post, numerosi, intensi, emozionanti e ricchi di spinte di ricerca e crescita. Vi vorrei regalare alcune delle mie riflessioni post Vioz, prese a prestito dal mio blog personale . Che possano essere di spunto per ancora altre, nuove domande! :)

"Nello scorso post ho parlato dell'equilibrio tra cura e sfida che caratterizza il ruolo del formatore esperienziale.
Non appena l'ho pubblicato ho iniziato a chiedermi da dove arrivasse questo mio bisogno di sottolineare l'importanza di non pensare alla formazione come ad un fornire risposte e cure in pillole ma come a una sfida costante, in un contesto protetto, certo, ma comunque di sfida.
Pensando ho capito. Mi sono resa conto che questa mia riflessione è nata a seguito di un entusiasmante corso che mi ha coinvolta nel mese di luglio.

Arrivata mi sono trovata davanti un gruppo di poche persone. Di fronte a me coglievo della demotivazione, forse un po' di rancore per l'altra parte del gruppo che stava salendo in vetta e pareva essersi dimenticata di loro, del loro esserci nonostante tutto... sicuramente l'energia era molto bassa. "Che fare?" mi sono chiesta. Poi ho intuito che la domanda da farmi era un'altra, all'apparenza simile ma molto più profonda: "di che cosa ha bisogno ora questo gruppo?".
Avevo delle percezioni e delle assunzioni su come si sarebbero potuti sentire ma sapevo che la cosa migliore in quel momento era prendersi il tempo per capire davvero come stavano e di che cosa avevano bisogno. 
"Partiamo dalla cura", mi sono detta. Così ho cercato di seguire il loro bisogno: trasparenza e onestà prima di tutto. Loro hanno chiarito agli altri e a loro stessi lo stato d'animo che li condizionava e assieme abbiamo provato a capire che cosa farne. Io da parte mia ho inteso che avevano un altro bisogno, non esplicitato, che li condizionava. Avevano bisogno di sentire la mia cura nei loro confronti, avevano bisogno di sapere che, sebbene nessuno di loro aveva idea di cosa aspettarsi dalla giornata assieme, quella giornata era stata pensata per loro.

Davanti a me c'era un gruppo di persone che aveva scelto di non salire per svariati e legittimi motivi, non mi sono sentita di esprimere né di farmi condizionare da alcun giudizio in merito. Per me, in quel momento, non esistevano team di serie A e team di serie B. Avevo davanti un gruppo con cui lavorare e a cui volevo offrire le più numerose possibilità di apprendimento. 

Credo sia a questo punto che ho pensato al rapporto del genitore col proprio bambino, di cui ho già parlato qui. Da genitore vuoi che tuo figlio cresca avendo le migliori possibilità a disposizione, ti auguri che non incontri alcuna difficoltà e vada diritto alle mete che si pone. Ma mi chiedo, è giusto l'augurio di alcuna difficoltà? ...non ne sono sicura.

Davanti al "mio" gruppo ho deciso di non cadere nella sua commiserazione, ho deciso di tenermi lontana dalle mie assunzioni fatte sulla loro demotivazione o demoralizzazione, non ho lasciato prevalere il fantasma del "sentimento di serie B"... sapevo che la "frustrazione" che stavano provando li avrebbe aiutati a crescere.

Un po' come un genitore che nonostante veda il proprio figlio in difficoltà, aspetta a fornirgli la soluzione al problema perché crede nelle sue potenzialità. Ho avuto fiducia nelle persone che avevo davanti, sicura che sarebbero riuscite a fare qualcosa con la frustrazione del momento, lavorando con impegno e portandosi a casa qualcosa di buono dalla giornata. 

Ho offerto loro una sfida. Qualche cosa era stata preparata e pensata anche per loro, appositamente per loro (cura). Era il momento di lasciare che mettessero in campo le loro risorse, era il momento di proporre loro l'attività della giornata (sfida). Sapevo che avevano tutti i numeri per affrontarla."


domenica 25 agosto 2013

Il mio Vioz

E’ trascorso più di un mese ormai dall’esperienza a Pejo e al Vioz, ma i suoi ricordi sono vivi e molto forti dentro di me. E penso lo saranno a lungo. La vacanza mi aiuta anche a riflettere con  calma e serenità su quanto vissuto.

In primo luogo mi accorgo che l’attività formativa esperienziale completa, dentro di me ha coinvolto sia la sfera personale che quella professionale. La divisione sicuramente non è netta e i due insiemi si intersecano. Ci sono delle riflessioni però che esulano completamente dall’ambito lavorativo e che sono contento di compiere.

Per quanto riguarda il piano professionale, mi è piaciuto molto il modo di apprendere “privo di slide”: attraverso i molti spunti che si sono presentati durante il percorso (in senso lato, da Marzo in poi), con la guida di Luigi riportarli all’ambito lavorativo al fine di approfondire, riflettere insieme, condividere e confrontare idee ed opinioni. Per crescere come individui e come gruppo.

I concetti principali sui quali penso di aver appreso di più sono Team e Obiettivo.
Per quanto concerne il primo, interessante è stato cogliere l’importanza dell’esistenza e della correlazione tra i tre gruppi: chi è salito al Vioz, chi si è fermato a Pejo e chi è rimasto in Azienda. Attorno a ciò, anche gli spunti sull’importanza di un leader sono stati molto utili.
Per quanto riguarda il concetto di obiettivo, mi accorgo di aver svolto utili e interessanti approfondimenti in merito a definizione di obiettivo e suo raggiungimento.

Naturalmente anche il tema guida della resilienza rimarrà ben impresso nella mia mente, a cavallo tra vita privata e professionale.
Infine, ho provato e provo tutt’ora un grande senso di appartenenza alla realtà di Climaveneta. Per quanto già forte, ho avvertito un naturale e incredibile accrescimento. Penso che solo un’esperienza di questo tipo poteva elevarlo in tale modo.
Grazie quindi a chi questo percorso l’ha pensato, a chi l’ha permesso e grazie a tutti voi colleghi, siete forti

domenica 11 agosto 2013

Una passeggiata...


Una cosa è certa: Non si può dire che la formazione di quest'anno sia stata una passeggiata...   :-) ...
Da vari punti di vista!
Intanto non è stata concentrata solamente in un momento definito, ma ha avuto (sta avendo) un respiro di mesi, con dinamiche nuove, strumenti e occasioni nuovi per un evento del genere.
Per questo c'è da ringraziare chi questo percorso l'ha pensato, progettato e voluto.
Certo il Vioz è stato il simbolo di tutto questo, il concentrato di tutta l'esperienza... Ma per me molta della formazione è rappresentata dai momenti al contorno dei due giorni di cammino e per esempio anche nelle riflessioni che a mente fredda ci troviamo a fare...  
In un certo senso la mia resilienza è messa più alla prova mentre scrivo queste righe che non mentre salivamo verso il rifugio Mantova.
La metafora della montagna è perfetta, lo si poteva intuire dall'inizio: la resilienza, l'obiettivo comune, l'ascesa insieme, le difficoltà, la soddisfazione nel raggiungere la meta insieme, il sentirsi una squadra...

 Un aspetto nuovo per me che non mi immaginavo di cogliere e che mi ha fatto riflettere è legato al capire se un obiettivo sia raggiungibile e se lo possa essere per tutti in modo appagante. Personalmente darei troppo per scontato questo aspetto nel momento in cui rispondo positivamente o negativamente per me. Viceversa, durante tutto questo percorso (non solo i due giorni al Vioz) mi sono reso conto di quanto importante sia tenere conto delle difficoltà  intrinseche nel raggiungere l'obiettivo stesso e di come siano differenti le aspettative di ognuno a riguardo.
Ci sono stati dei momenti di difficoltà, che sono stati superati egregiamente, ma ci sono stati.... Molti di questi non li avevo nemmeno immaginati, non pensavo potessero esserci... Sono stati superati con grande successo, ma ci sono stati... Probabilmente superarli ci ha resi più forti come individui, come gruppo... o forse no?
Mi riferisco indistintamente a tutti noi, sia quelli che sono saliti in vetta che quelli che non l'hanno fatto.

Grazie a tutti e buona continuazione a tutti noi!
Marco

sabato 10 agosto 2013

Senza domande non troveremo risposte.

É quasi un mese che cerco di raccogliere i pensieri che possano dare voce alle emozioni provate durante i giorni del Vioz.
Appena arrivato a casa, ma già anche prima durante il viaggio, sono stato pervaso da un grande senso di frustrazione e delusione che mi ha accompagnato per un lungo periodo, e che solo negli ultimi giorni si sta attenuando; dopo estenuanti riflessioni sul senso di ciò che abbiamo fatto.
Ho pensato molto al perché di tale sconforto, ho cercato di dare un nome a tutto questo e di risalire alla causa; senza trovare sollievo.
Eppure tutto si è svolto come da programma; l'obiettivo è stato raggiunto da tutti e fra i componenti della spedizione c'è stata totale condivisione e collaborazione in un clima sereno, dall'aria famigliare.
Allora mi domando cosa avrei desiderato di piú? Cosa avrebbe appagato pienamente la mia sete di successo?
Ho realizzato che il problema sono le aspettative; quelle che costruiamo nella nostra mente per darci la motivazione necessaria a muoverci. Quelle aspettative che ci fanno pregustare l'ebbrezza del successo proiettando e anticipando in noi quello che proveremo una volta raggiunto l'obiettivo. Un po' come il Trailer di un nuovo film; che ci mostra le scene migliori per convincerci ad andare a vederlo. Ma quante volte siamo usciti delusi da una sala perché il trailer ci aveva anticipato il sapore di un'emozione che poi non si é rivelata all'altezza?
Così ho compreso che la mia mente, aveva creato tutta una serie di eventi che avrebbero dovuto succedersi in un certo ordine, e con una determinata intensità emotiva. Ma avevo dimenticato che proprio per questo si chiama 'mente'; perché crea qualcosa di immaginario, che ancora deve avvenire, per ingannarci. Mente, appunto.
E il problema è che noi crediamo alla nostra mente, nel bene e nel male. Le crediamo quando ci mostra degli ostacoli, quando ci fa credere che senza una gamba non possiamo andare a 40km/h in bicicletta o raggiungere una cima di 3500mt. Ma le crediamo anche quando ci fa apparire una difficoltà meno preoccupante di quanto lo sia realmente, quando ci fa sentire invincibili di fronte a una situazione da non sottovalutare.
Personalmente mi ero convinto che l'ascesa al Vioz non ci avrebbe impegnato per più di 4 ore in una facile camminata, considerando anche gli eventuali problemi dovuti alla quota e alla stanchezza.
Invece, solamente per arrivare al rifugio Mantova, ci sono volute quasi 6 ore; un tempo esageratamente fuori dalla mia portata per rimanere in piedi sulle mie gambe. Non avevo pensato prima, che l'obiettivo era arrivare, senza un limite di tempo prefissato. Forse avrei dovuto dirlo, condividerlo col gruppo facendo presente che la mia autonomia sarebbe stata al massimo di 3/4 ore, dopodiché avrei avuto difficoltà.
Difficoltà che non si sono fatte attendere durante la discesa, lungo la quale ho avvertito da subito che l'affaticamento muscolare del giorno prima avrebbe reso tutto più difficile.
Probabilmente il senso di spossatezza e i dolori  hanno giocato un ruolo importante nella percezione di quanto stavamo facendo, e mi sono ritrovato solo, ad affrontare il peso di una situazione inaspettata, vissuta totalmente fuori dalla mia zona di comfort.
Resta il fatto che comunque sono salito e sono sceso, sulle mie gambe, insieme a tutti i componenti della spedizione. Quindi posso ritenerlo un successo nonostante la delusione?
Cos'è più importante? Il raggiungimento dell'obbiettivo o il senso di gratificazione che rimane dentro ognuno di noi?
Come dire, è meglio un ricco stipendio o la consapevolezza di esserselo meritato e guadagnato con impegno?
Non so se verrò mai a capo di questi nodi filosofici; ma qui entra di nuovo in gioco la resilienza, ovvero spostare l'attenzione, cambiare il punto di vista, reincanalare le risorse per giungere a una nuova, mutata condizione.
Mi trovo ad affrontare un quesito che mai prima d'ora mi ero posto, e questo è già un successo
Avere nuove domande è il segreto per trovare nuove risposte e scoprire, prima o poi, nuove soluzioni.
Non è forse l'ascesa, la metafora per giungere a una condizione di maggiore consapevolezza, dalla quale possiamo osservare con distacco, come eravamo, e gettare le basi per quello che vorremmo diventare?
Un po' come quando arrivati al rifugio Mantova, guardavamo Pejo giù in basso, e pensavamo da dove eravamo partiti, godendo del senso di benessere di quella vista ma già rivolti a quell'ultimo sforzo verso la vetta, poco più su.
E allora credo che non sia più tanto importante chi sia salito oppure no, se in 4 ore o in 7; ma piuttosto che il segreto del successo dell'esperienza Vioz sia nelle domande che ognuno di noi si è portato nel cuore, se queste saranno il seme per la trasformazione in un 'essere' (sia verbo o sostantivo) migliore.
Grazie a tutti per la splendida esperienza, vi abbraccio.















venerdì 9 agosto 2013

più domande che risposte

Pubblico questo Post per conto di Andrea:

I giorni prima delle tanto agognate ferie estive sono, almeno per me, anche il momento per qualche riflessione. Così ripensando a questi mesi, l’esperienza del Vioz mi appare in una luce particolare e capisco che resterà nei ricordi come un gradito momento di arricchimento.
E così, in linea con l’impegno preso a Doss dei Cembri con Luigi Mengato, cerco di guardare oltre le emozioni superficiali e capire che cosa effettivamente resta di questa esperienza. Mi vengono in mente molte domande e riflessioni su temi così centrali che spesso mi rendo conto di dare per scontati: motivazione, resistenza, obbiettivi e volontà di raggiungerli, limiti e determinazione nel mettersi in gioco per superarli.

Probabilmente più domande che risposte. Forse le risposte verranno con il tempo, se sarò capace di fare della seria introspezione e di lavorarci sopra veramente, come ripete spesso Luigi. Forse devo intendere anche questo come un esercizio per uscire dalla comfort zone, forse per certi aspetti anche più della camminata in sé.

Eppure la camminata è stata qualcosa di speciale: un’occasione unica di vivere lo spirito di gruppo con i colleghi, in modo forte, completo, primitivo, lavorando insieme per raggiungere la vetta, non in senso figurato ma letterale. Con l’attenzione su “insieme”, aldilà del tempo impiegato per salire e per scendere, superando le differenze tra i singoli in uno sforzo collettivo. Perché alla fine, come dice qualcuno di noi, è più importante che 400 persone facciano un passo, piuttosto che una persona faccia da sola 400 passi.

Quindi per me, senza nulla togliere alla potenza dei panorami, alla fatica dell’ascesa e alla gioia della vetta, la cosa più bella e particolare è stata il misto di affiatamento, soddisfazione e stanchezza che hanno caratterizzato l’atmosfera in rifugio la sera, mentre fuori si preparava il temporale che ha dato una nota di colore alla notte e all’alba del giorno dopo.

Andrea Bertelle


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Grazie !



Cosa ci portiamo a casa da questa esperienza ?
Un corso non è un corso se non termina con La Domanda.

Scendiamo dal Vioz, c’è un mix di sollievo (è finita…), orgoglio (siamo forti…), senso di gruppo (che squadra…) e soddisfazione (ce l’abbiamo fatta…).

Si fa un po’ di confusione negli ultimi 200 metri x decidere come arrivare. Di sicuro si deve tirare fuori lo striscione CLIMAVENETA.
Le foto, le strette di mano, le pacche sulle spalle…tutto bello…O no ?

Torno a casa e vorrei scrivere subito sul blog ma non ci riesco.
Troppe emozioni ?
Idee e pensieri da sistemare?
Pigrizia?...O no?

Leggo qualche blog dei compagni, parlo con diversi di loro e intuisco un senso al mio “o no ?”

Gli sguardi e le espressioni di chi ci aspettava…ecco cosa non mi tornava. Le avevo fissate nella memoria inconsciamente, come mi succede per alcuni episodi che poi mi porto dietro per un sacco di tempo e che rimangono vivi, proprio perché hanno un senso più profondo che viene a galla con il tempo, lentamente.
Sono sguardi sfuggenti, imbarazzati, quasi timorosi, o perlomeno questa è stata la mia percezione. Ho pensato che sicuramente avrei avuto  la stessa espressione se non fossi salito. Forse anche peggiore!
Forse era meglio stare a casa ? 
Forse era più dignitoso ?
Forse si doveva comunque provare, mettersi in gioco ? 
Forse.

Ma avete deciso di esserci, di accompagnarci e di aspettarci. Ci vuole coraggio nel non nascondersi e il giusto mix di umiltà e forza per dire di no. Non sono importanti i motivi.

Mi avete dato una bella lezione e vi volevo ringraziare di questo. 

Per me occupate lo stesso “spazio emotivo” di aver visto Andrea salire come mai avrei pensato fosse possibile o di Alessandro che ha chiuso la giornata come solo un Uomo sa fare.

Ecco cosa mi porto a casa da questa esperienza. 
Grazie a tutti.

Andrea C.

mercoledì 7 agosto 2013

Scalata alla Cima Vioz (3.650 metri)

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Prima esperienza di questo tipo della mia vita, assolutamente da ripetere! Assieme ad Alessandro Colombo, Luigi Mengato e poco più di venti manager della Azienda Climaveveneta, venerdì mattina sono partito da Pejo in Val di Sole per scalare il Monte Vioz dove a 3.535 ho raggiunto il rifugio “Mantova”. Evento organizzato da ADECCO Formazione, molte le incognite da affrontare, prima esperienza di questo tipo, alcuni punti innevati da attraversare con le stampelle, altitudine, ecc.. Con il supporto di Massimo e Davide, guide esperte, ho iniziato a percorrere il sentiero che passo dopo passo diventava sempre più complicato, grossi massi da oltrepassare, lunghi tratti innevati e pendenze elevate. Temperatura altalenante a seconda se c’era il sole oppure nuvoloso ma comunque nonn c’è mai stato il bisogno di coprirsi con giubbotti pesanti e soprattutto non è mai piovuto. Ad un’ora dalla vetta il momento più difficile dove ho dovuto concentrarmi più sul resistere alla fatica che pensare a quanto mancasse, sguardo fisso a dove appoggiavo le stampelle ed il piede ma mai sulla cima della montagna. Arrivati al rifugio mi sono complimentato con tutti gli scalatori del gruppo e dopo pochi minuti di relax sui gradini ci siamo avviati tutti assieme verso la cima del Vioz per l’ultimo impegno fisico della giornata. Foto di rito e siamo scesi per riposarci un poco prima di cena. Atmosfera ottima tra tutti i componente del gruppo ed alle dieci tutti a nanna…nel mattino c’è da scendere!!! Mi sveglio con un leggero mal di testa, colazione con Ale e piano piano ci raggiungono tutti ai tavoli. Ore 8,20, si parte per il ritorno, riposato e senza mal di testa. L’impresa, così si può definire per parecchi di noi è oramai quasi riuscita e sebbene siamo molto stanchi non mancano mai battute e sorrisi durante le 4,5 ore che sono servite per raggiungere Pejo. Luigi, formatore ed organizzatore delle due giornate, ci fa disporre in cerchio per un breve de-briefing e tra saluti e ringraziamenti ognuno cerca in poche parole di esprimere le proprie emozioni di quelle due giornate “insolite”. Un’avventura che viste le sensazioni e le emozioni provate non rimarrà fine a se stessa. Andrea Devicenzi Questo Post è tratto dal sito www.andreadevicenzi.it

domenica 28 luglio 2013

giovedì 25 luglio 2013

Riflessioni  sull’esperienza del Vioz
Premetto che  non sono uno scrittore   e  la mia mente, più orientata verso le materie scientifiche, mi ha sempre portato  ad una sintesi estremizzata ed a razionalizzare  la mia quotidianità. Questa premessa    mi serve per  farvi capire  che lo sforzo profuso per scrivere queste righe supera di gran lunga la fatica fisica   dell’ascesa al Vioz, ma  ritengo giusto  che  anche io faccia la mia parte di resilienza.
La mattina del 19 , entrato nella sala  ristorante per fare colazione, ho subito percepito l’adrenalina aleggiare nell’aria. Negli sguardi  dei miei compagni  traspariva una fortissima eccitazione  ed una forte convinzione di voler raggiungere la meta. Sicuramente qualcuno  nutriva dei timori, delle paure,  dell’ansia, delle perplessità verso questa meta   che sembrava  sconosciuta  e allo stesso tempo conosciuta  grazie alle informazioni  raccolte, ma  l’energia positiva che aleggiava nella stanza  riusciva  a  nascondere qualunque  perplessità. Anche i ns compagni che per  problemi personali erano stati costretti a  scegliere  un percorso  formativo  “meno fisico”, erano partecipi  dell’eccitazione che aleggiava e,  con grande  spirito di solidarietà e partecipazione, anziché rimanere a dormire beatamente, si sono  alzati per fare  colazione insieme e ci hanno accompagnato fino alla partenza della cabinovia. Bravissimi!!!!!
L’ascesa  è stata fantastica, alle emozioni   del paesaggio si sono unite mille e più sensazioni: lo sforzo fisico è stato del tutto dimenticato di fronte alla volontà di superare gli ostacoli che si presentavano lungo il percorso, mai una nota di  sconforto  ha offuscato la volontà del gruppo di raggiungere la meta tutti insieme. Passo dopo passo è aumentata la  coesione, la  volontà di far fronte comune  per superare le difficoltà, i momenti di debolezza dei singoli sono stati alienati dall’energia e volontà del gruppo. 
La totale mancanza di un leader  mi ha impressionato e mi ha fatto  ripensare agli insegnamenti di Luigi in aula! Ognuno diventava leader  per  portare la propria “eccellenza” al servizio del gruppo in modo del tutto naturale, senza  stimoli o sollecitazione da parte dei compagni, nel momento  in cui   nasceva l’esigenza. C’era la naturale percezione del singolo che in quel momento  il suo apporto era necessario  al gruppo.
Andrea ci ha dato una grandissima lezione di vita affrontando le difficoltà   del percorso con   positività  e serenità,  è stato  capace di rassicurarci e tranquillizzarci ogni qualvolta ci preoccupavamo per lui  perchè lo vedevamo  profondere  degli enormi sforzi fisici per  superare  ostacoli che sembravano  impossibili ai più. Mi rimarrà sempre impressa nella mente  l’immagine di quest’Uomo (la “U” maiuscola è d’obbligo) determinato, equilibrato, sereno, positivo, consapevole delle proprie capacità, qualità, limiti.
Alessandro è stata una vera sorpresa!  Dai diversi commenti  sul blog è sempre  apparso come  l’atleta che ci avrebbe  portato tutti sulle sue spalle  fino al Vioz. Una persona molto  decisa e sicura delle proprie capacità, sempre disposto ad innalzare  l’asticella del  suo limite personale, il classico  uomo  “mi piego ma non mi spezzo”. In realtà ci ha  dimostrato un’umanità sopra ogni limite ed insegnato la vera resilienza  quando ha capito che  il percorso era  al di sopra delle sue aspettative.
Che dire, due grandi maestri di vita!!!!

Tra i Climavenetiani  ci sono stati dei “guys” a  dir poco stoici.  C’è chi ha affrontato e superato la paura  delle vertigini, chi la  sofferenza fisica dovuta allo sforzo, chi la nausea ed il mal di testa dovuto all’altitudine, chi i dolori alle gambe, chi  i dolori causati dai  calcoli (non mi sto riferendo all’algebra!!), chi pur avendo ogni più piccolo muscolo che “gridava vendetta” ha voluto a tutti i costi  portarsi  lo zaino fino alla meta (e ricordatevi che lo zaino  è pesante  pure in  discesa), chi ha aiutato i compagni di spedizione a superare gli ostacoli, chi si è sobbarcato lo zaino degli altri..........riassumendo  per chi non c’era potrei dire  che  avevamo un bel “fritto misto”.

La permanenza  nel rifugio è stata rallegrata dal cameratismo  che si è subito creato  in queste piccole camere stipate con 8  energumeni che hanno saturato l’aria  e consumato l’ossigeno in poche ore. Qualcuno ha definito l’atmosfera da “ragazzi in colonia” ma dalle battute che  circolavano io la definirei più  un cameratismo da vecchi “naioni” (ndr. Militari in servizio di leva).
Nemmeno in rifugio ci siamo dimenticati  dei compagni che   erano rimasti  a valle, scambiandoci foto  goliardiche sulle diverse esperienze. E’ stato un bel modo per   mantenere uniti i due gruppi.
Un’unica precisazione:  in tale camerata oltre a soffrire la carenza di ossigeno, io ho sentito anche la  mancanza di 10 centimetri di letto che mi hanno costretto a  dormire  in parte  in “in posizione fetale” ed in parte con i piedi a sbalzo sopra la sponda del letto.
E così  alle 5.30  mi son ritrovato con qualche  altro collega sofferente di insonnia, a calpestare  la neve   caduta nella notte, respirando  aria fresca in attesa di  rimanere estasiati  dai bellissimi colori di un’alba mozzafiato.

Molto emozionate è stato il ritorno al “campo base” dove abbiamo ritrovato gli amici che nel  frattempo avevano svolto un percorso diverso. Piacevole lo scambio reciproco di complimenti, soddisfazioni ed emozioni, con la voglia di condividere  l’esperienza “a caldo”.
Per concludere  in bellezza la giornata, o egoisticamente per prolungare  più possibile le emozioni della  “due giorni”, ho accompagnato colui che mi definisce  bonariamente “la zecca feltrina” (ma quanto bonariamente??) nell’ascesa fino a Pejo. Casualmente abbiamo  conosciuto un “locale” che, raccontandoci mille curiosità sul luogo, ci ha guidato  in una “vorticosa” discesa per scorciatoie  accessibili solo ai locali, tra baite ed alpeggi, facendo 800 metri di dislivello negativo  in un’ora per poter assaporare  una  fresca birra  con questo nuovo amico.
E adesso sta a noi applicare tali insegnamenti alla quotidianità lavorativa  e non.
…e con questo anche il mio esercizio di resilienza è terminato. Spero di  avervi strappato  almeno una “rosicata”  sufficienza  senza la solita frase di tutte le mie  prof di italiano che senza fantasia immancabilmente alla votazione aggiungevano il commento: “tema grammaticalmente corretto ma  troppo sintetico”.
Ciao
Luigi

mercoledì 24 luglio 2013

…. a volte basta attendere un attimo per avere maggior chiarezza.

 

Marcello ci scrive …….

L'esperienza del Vioz ha dimostrato che quando l'obiettivo e' chiaro e definito il gruppo funziona e sa coalizzarsi per raggiungerlo.
Come nel Vioz anche in azienda occorre defire una mission che aggreghi tutti in uno o pochi altri obiettivi da associare poi a piccoli e medi tasks.
Guardando dalla cima del Vioz a valle si vedevano in continuazione nubi addensarsi e svanire, nella vita aziendale accade altrettanto ed a volte basta attendere un attimo per avere maggior chiarezza.
Quello che mi sono portato a casa sabato e' stata la soddisfazione di arrivare tutti insieme ed il calore di unirsi ai colleghi che ci aspettavano a valle.
Se dovessi associare le mie sensazioni ad una foto sceglierei quella di Alessandro che nel cerchio finale ammette di essere arrivato ma di aver trovato un suo limite di resistenza.
Non sono convinto che tutti noi abbiamo trovato il nostro ma di sicuro abbiamo trovato lo stimolo a cercarlo.

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Diversità, appartenenza

"Allora, come è andata?" mi hanno chiesto i colleghi al ritorno dall'avventura del fine settimana scorso.
"Abbiamo saputo che la salita al Vioz è stata una bella avventura, ne parlano tutti - c'era perfino un articolo sul giornale...".
"Bella domanda..." ho pensato tra me e me.

"Com'è andata ?" è una domanda che ha un suono diverso per me e per gli altri quattro colleghi che il Vioz l'hanno visto nelle foto del sito del rifugio (e nelle immagini spettacolari che ci hanno mostrato quelli che il Vioz lo hanno vissuto sul serio, in prima persona).
La mia prova di resilienza è stata sicuramente diversa. La nostra prova di resilienza è stata diversa.

Respirare l'aria dell'entusiasmo della prima sera, nella sala TV dell'hotel che ci ospitava, è stato elettrizzante anche per noi che lì sopra non ci andavamo. Ci ha sicuramente fatto piacere che alcuni si siano prodigati fino all'ultimo per tentare di "motivarci" a salire: "Sarebbe bello che anche tu fossi della compagnia!" è un bel messaggio.
Però...
Travolti dall'impeto di partire, arrivare, conquistare, parecchi colleghi si sono dimenticati di chi "rimaneva giù" anche solo per salutare e poter vivere dei minimi scampoli della grande avventura del Vioz. Non un cenno di comprensione, non un messaggio di solidarietà, non un minimo interesse per i motivi della rinuncia (qualcuno se li ricordava, sempre che li sapesse?), non un apprezzamento per il "disturbo" di essere lì senza avere la ricompensa di poter poi dire "ce l'ho fatta".
Ecco la nostra prova di resilienza: non soccombere al pericolo dalla "sindrome di Calimero" che rapidamente ci spostava dal dubbio ("forse avrei potuto provare", "forse sarei dovuto salire"), alla rabbia ("qualcuno si ricorda perché non salgo?"), fino al comodo rifugio della fuga di un "era meglio se me ne stavo direttamente a casa".

Così è iniziato il nostro Vioz. Non uno sforzo fisico, ma lo sforzo mentale di dover riuscire ad accettare (prima di pretendere che fossero gli altri ad accettarlo) non di essere semplicemente i "panchinari" ma di trovarci direttamente in tribuna. Essere una minoranza ma, nonostante questo, appartenere al gruppo. Ammettere e accettare i nostri limiti di poterci essere solo nei primi e negli ultimi momenti della spedizione. Del resto arriva un bel momento in cui si deve tirare una riga rossa e riconoscere i propri limiti oltre i quali c'è l'incoscienza. E saremmo stati dei begli incoscienti a salire, oltreché un peso per tutti...

Poi abbiamo fatto la nostra piccola esperienza di formazione. E' stata una bella sorpresa e una piacevole esperienza; abbiamo attraversato paesaggi naturali paradisiaci, anche noi accompagnati dalla "nostra" Beatrice (nome omen). Abbiamo giocato, abbiamo imparato qualcosa di nuovo, abbiamo iniziato a conoscerci e riconoscerci in un ambito ristretto che - pur essendo maggiormente controllabile - è stato uno spazio in cui abbiamo dovuto esporci, non avendo la possibilità di "nasconderci nella numerosità". Ci siamo sentiti parte di un gruppo.

Sabato mattina, alla fine, ci siamo ricongiunti con tutti gli altri e abbiamo capito.
Abbiamo capito che non eravamo diversi noi, solo il percorso era diverso. Lassù, al Vioz, c'era *tutta* Climaveneta: c'eravamo anche noi e, una volta scesi, dovevamo fare in modo che ci fossero anche quelli che erano rimasti in ufficio a lavorare.

Di certo non ci siamo sentiti di serie B, così come Buffon non si sente meno importante perché non segna un gol ad ogni partita. Però ci sono anche rimaste delle domande senza risposta: le due esperienze, sicuramente diverse e divise, potevano (dovevano?) essere ricomposte?
E come era stata l'esperienza formativa del gruppo che era salito? Era solo una nostra impressione o nel loro caso l'aspetto "fisico" era stato prevalente, mentre la formazione era stata "lasciata" alla salita, come una specie di effetto collaterale?

In ogni caso, se all'inizio eravamo dubbiosi, ora eravamo totalmente convinti che fosse stata un'esperienza che andava vissuta. E ci sentivamo di voler ringraziare chi ci aveva dato la possibilità di farcela provare.


"Allora, come è andata?" insistevano i colleghi, vedendomi un po' titubante.
"Bella esperienza, davvero" sono riuscito a dire, alla fine.
"Ah... a proposito... Lo sapete che io non sono salito fin lassù, vero?".

lunedì 22 luglio 2013

domenica 21 luglio 2013

Le mie riflessioni dopo il Vioz

Ho deciso di mettere per iscritto questa mattina quante più emozioni vissute e riflessioni elaborate durante i due giorni trascorsi insieme e nelle ore successive perché ci tenevo a non dimenticarne nessuna.

Vivere un’esperienza al di fuori del contesto aziendale aiuta a conoscere le persone più per le loro qualità di uomini che di professionisti, ben consapevole che alcuni hanno maggior propensione a mostrarsi per ciò che sono, altri meno. Luigi ha più volte stimolato il gruppo ad esprimere le proprie emozioni, ma non è sempre stato facile. Ognuno è stato più o meno abituato nella propria vita ad aprirsi e ad esternare i propri sentimenti agli altri. Siamo tutte persone che lavorano da diversi anni e in azienda siamo costantemente impegnati a guardare i numeri, prendere oggettivamente delle decisioni, gestire lo stress, analizzare i rischi, capire le cause, risolvere i problemi e ottenere dei risultati.

Occasioni come queste capitano raramente. L’opportunità di raggiungere un obiettivo comune così diverso da quello a cui siamo normalmente abituati e in un contesto, a mio parere, perfetto per condividerlo, è preziosa per rafforzare e amalgamare un gruppo. Ritengo che la montagna sia un ideale palcoscenico in cui si intrecciano la natura, l’imprevedibilità, la dinamicità, l’ampia visione, la visione dall’alto, la disciplina, il silenzio, la riflessione, il rispetto, l’aiuto, la fatica, la fame, la sete, la preoccupazione, la paura e la gioia.

E’ in questo contesto che il gruppo mostra le limitazioni, le debolezze e le preoccupazioni dei singoli. Le persone che hanno vissuto con più difficoltà questa esperienza, per la fatica della salita e della discesa, per le lunghe ore di cammino, per l’asprezza dei sentieri, per l’alta quota, per la mancanza di sonno, hanno certamente allenato la propria resilienza, hanno saputo soffrire e superare gli ostacoli con incredibile determinazione. Chi per limitazioni o problemi fisici, chi per mancanza di allenamento, chi perché non abituato alla montagna, ognuno ha trovato dentro se stesso e con l’aiuto e l’esempio del gruppo la forza e lo stimolo per proseguire.

Altri, o gli stessi ma in momenti diversi, hanno invece saputo vedere le difficoltà o i momenti di sconforto dei compagni, adoperandosi per aiutarli lungo il cammino o presso il rifugio. In queste fasi si è percepita la forza del gruppo che è riuscito a mescolare i punti di forza di alcuni con i punti di debolezza di altri, trovando il migliore ma non sempre facile equilibrio. Chi aiuta e aspetta gli altri e chi si fa aiutare e fa aspettare gli altri, entrambi con il giusto spirito. In questo è determinante l’obiettivo comune del gruppo e l’attitudine e le capacità dei singoli, perché l’equilibrio è di tipo instabile.

Merita poi ricordare il goliardico spirito che abbiamo vissuto tra noi nella camerata all’intero del rifugio, tra risate e battute come spensierati ragazzi in colonia durante le vacanze estive. Ci stava.

Credo che questa esperienza abbia contribuito a migliorare questo gruppo, abbia dato l’opportunità di conoscere qualche lato nuovo di qualcuno, di confermare delle impressioni, di modificarne di altre, di togliere qualche filtro o barriera personale per farsi conoscere o per conoscere, di creare un nuovo feeling, di instaurare maggior fiducia, semplicemente interagendo, parlando, ascoltando, condividendo, osservando, riflettendo. Sono però convinto che la vera sfida di medio termine sia quella di migliorare noi stessi a lavorare e collaborare con qualsiasi nuovo gruppo apparterremo in futuro, più o meno numeroso, più o meno omogeneo per attitudini, capacità e culture personali, per periodi più o meno lunghi, in contesti e con obiettivi diversi.

Infine, penso che tutti ne siamo usciti arricchiti da questa esperienza. Per diversi motivi. Per motivi più didattici, come definire e creare un team di lavoro, organizzare un’attività di gruppo, definire e raggiungere un obiettivo comune. Per motivi più personali, come interagire all’interno di un team e conoscere quali sono le difficoltà che si incontrano insieme e come le si superano, conoscere meglio gli altri e noi stessi, saper aiutare e farsi aiutare, capire i nostri limiti, saperli affrontare, accettare, superare, migliorarsi. Capire quando è il momento di fermarsi.

Ringraziamenti: a Maurizio, Andrea e Alessandra per aver fortemente voluto e organizzato questa bellissima esperienza formativa, ad Alessandro e Andrea che con il loro esempio, determinazione, trasparenza, forza, umanità e fragilità si sono inseriti naturalmente all’interno del gruppo, aiutandoci a riflettere e permettendoci di affrontare nel modo migliore quest’avventura, a Luigi e Tania per averci seguito in modo professionale, suggerendoci i giusti temi di riflessione e fornendoci i contenuti didattici, alle guide alpine, Davide e Massimo, che ci hanno sempre vigilato con discrezione comunque facendoci sentire sicuri, ai fotografi, Marco e Matteo, che con grande abilità e coraggio ci hanno immortalato regalandoci le immagini che ci ricorderanno questa esperienza, al nostro Team Leader e aiuto Team Leader, Marco & Marco, che si sono prodigati per la realizzazione dell’evento e, infine, a tutti noi che abbiamo partecipato, nel modo in cui ognuno si sentiva, ma abbiamo partecipato, condiviso il progetto e raggiunto l’obiettivo comune. Bravi a tutti!     

martedì 16 luglio 2013

GPS

Per chi possiede un GPS ….. ecco la traccia che ho registrato nel 2011 quando sono salito:

Potete scaricare il file GPX al presente link.

La foto dal satellite rende …..

Cattura

domenica 14 luglio 2013

Sono pronto ?

Sono in Val di Sole, seduto al verdissimo parco di Terzolas. Giornata calda, sole. Arriva un SMS: è Matteo che scrive “Da mercoledì brutto tempo. Che fortuna ….”.

Guardo subito le previsioni online, forse temporali, ma penso anche che mancano ancora troppi giorni per delle previsioni attendibili. Poi mi fermo e penso a quanto questa esperienza mi stia già dando molto.A cosa serve preoccuparsi ? Probabilmente ad allenare la nostra Resilienza. Lo racconto a mia moglie, che mi dice “prova a chiedere a Matteo come faceva suo nonno senza internet e le previsioni del tempo quando partiva per scalare le montagne”.

Penso alla giornata con Pietro Trabucchi ed alla sua definizione di Resilienza: “la resilienza psicologica è la capacità di far mantenere alta la motivazione nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino.”


Created with flickr slideshow.

Se piove saprò mantenere alta la mia motivazione di arrivare in cima al Vioz ? Sinceramente non vedo l’ora di rivedere certe immagini. Sono pronto.

sabato 29 giugno 2013

Ed ora Obiettivo Vioz …… parte 2

Mi rifaccio al Post di Alessandro. Piacerebbe anche a me dire che nei giorni scorsi ho concluso la prima parte della “stagione agonistica” …. solo che non è sportiva ma è lavorativa. E questo mi fa pensare ad un aspetto sempre curioso della metafora sport/lavoro.

Nello sport si dedica la maggior parte del tempo all’allenamento; la minor parte alla gara, alla competizione.

Nel lavoro si dedica la maggior parte del tempo alla competizione, la minore parte all’allenamento. A volte addirittura mi chiedo se ci si allena mai al lavoro.

La nostra uscita al Vioz si avvicina, ieri sono andato sul sito del rifugio Mantova, ed ho letto la seguente news: “

Vioz  27/6/2013
Ci siamo, ieri siamo saliti in quota, il sentiero è innevato da 2800 mt. in poi,oggi abbiamo liberato dalla neve il tratto attrezzato,siamo raggiungibili con scarponi ghette e per precauzione ramponi,Vi aspettiamo con tanto sole
Team rifugio Vioz

A questo punto mi fa piacere pensare: “ed ora obiettivo vioz …..”. Quindi prendo la MTB e vado ad allenarmi un po’ …

giovedì 20 giugno 2013

E ORA OBBIETTIVO VIOZ...

Ciao a tutti;
come procede l'organizzazione dell'evento? Vi state allenando?
Con la gara di domenica scorsa in Turchia, io e Andrea abbiamo concluso la prima parte della stagione agonistica; conquistando nelle rispettive categorie una medaglia di bronzo e argento.
Per quanto mi riguarda col 3° posto nella mia gara ho ottenuto il massimo possibile; il primo classificato è troppo veloce a piedi e sapevo che avrebbe fatto la differenza proprio di corsa perché non sarei riuscito a dargli un distacco sufficiente in bici. Stessa cosa per il mio compagno di nazionale giunto secondo al traguardo con 1'10'' di vantaggio.
Anche Andrea ha disputato un ottima gara e all'arrivo era 3°; ma il vincitore è stato squalificato per qualche infrazione durante la gara e quindi Andrea è salito sul 2° gradino del podio.
Ora abbiamo una settimana per rilassarci perchè da lunedì dobbiamo ricominciare la preparazione per il campionato del mondo che si svolgerà a Londra il 13 settembre; solo un paio di mesi dunque, per raggiungere la condizione ottimale e presentarsi competitivi all'appuntamento.
In queste settimane avremo quindi spazio per qualche escursione in montagna per prendere confidenza con la salita ma soprattutto con la discesa, che sarà la cosa più impegnativa.
Buona preparazione a tutti e a presto!!!