venerdì 9 agosto 2013

più domande che risposte

Pubblico questo Post per conto di Andrea:

I giorni prima delle tanto agognate ferie estive sono, almeno per me, anche il momento per qualche riflessione. Così ripensando a questi mesi, l’esperienza del Vioz mi appare in una luce particolare e capisco che resterà nei ricordi come un gradito momento di arricchimento.
E così, in linea con l’impegno preso a Doss dei Cembri con Luigi Mengato, cerco di guardare oltre le emozioni superficiali e capire che cosa effettivamente resta di questa esperienza. Mi vengono in mente molte domande e riflessioni su temi così centrali che spesso mi rendo conto di dare per scontati: motivazione, resistenza, obbiettivi e volontà di raggiungerli, limiti e determinazione nel mettersi in gioco per superarli.

Probabilmente più domande che risposte. Forse le risposte verranno con il tempo, se sarò capace di fare della seria introspezione e di lavorarci sopra veramente, come ripete spesso Luigi. Forse devo intendere anche questo come un esercizio per uscire dalla comfort zone, forse per certi aspetti anche più della camminata in sé.

Eppure la camminata è stata qualcosa di speciale: un’occasione unica di vivere lo spirito di gruppo con i colleghi, in modo forte, completo, primitivo, lavorando insieme per raggiungere la vetta, non in senso figurato ma letterale. Con l’attenzione su “insieme”, aldilà del tempo impiegato per salire e per scendere, superando le differenze tra i singoli in uno sforzo collettivo. Perché alla fine, come dice qualcuno di noi, è più importante che 400 persone facciano un passo, piuttosto che una persona faccia da sola 400 passi.

Quindi per me, senza nulla togliere alla potenza dei panorami, alla fatica dell’ascesa e alla gioia della vetta, la cosa più bella e particolare è stata il misto di affiatamento, soddisfazione e stanchezza che hanno caratterizzato l’atmosfera in rifugio la sera, mentre fuori si preparava il temporale che ha dato una nota di colore alla notte e all’alba del giorno dopo.

Andrea Bertelle


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Grazie !



Cosa ci portiamo a casa da questa esperienza ?
Un corso non è un corso se non termina con La Domanda.

Scendiamo dal Vioz, c’è un mix di sollievo (è finita…), orgoglio (siamo forti…), senso di gruppo (che squadra…) e soddisfazione (ce l’abbiamo fatta…).

Si fa un po’ di confusione negli ultimi 200 metri x decidere come arrivare. Di sicuro si deve tirare fuori lo striscione CLIMAVENETA.
Le foto, le strette di mano, le pacche sulle spalle…tutto bello…O no ?

Torno a casa e vorrei scrivere subito sul blog ma non ci riesco.
Troppe emozioni ?
Idee e pensieri da sistemare?
Pigrizia?...O no?

Leggo qualche blog dei compagni, parlo con diversi di loro e intuisco un senso al mio “o no ?”

Gli sguardi e le espressioni di chi ci aspettava…ecco cosa non mi tornava. Le avevo fissate nella memoria inconsciamente, come mi succede per alcuni episodi che poi mi porto dietro per un sacco di tempo e che rimangono vivi, proprio perché hanno un senso più profondo che viene a galla con il tempo, lentamente.
Sono sguardi sfuggenti, imbarazzati, quasi timorosi, o perlomeno questa è stata la mia percezione. Ho pensato che sicuramente avrei avuto  la stessa espressione se non fossi salito. Forse anche peggiore!
Forse era meglio stare a casa ? 
Forse era più dignitoso ?
Forse si doveva comunque provare, mettersi in gioco ? 
Forse.

Ma avete deciso di esserci, di accompagnarci e di aspettarci. Ci vuole coraggio nel non nascondersi e il giusto mix di umiltà e forza per dire di no. Non sono importanti i motivi.

Mi avete dato una bella lezione e vi volevo ringraziare di questo. 

Per me occupate lo stesso “spazio emotivo” di aver visto Andrea salire come mai avrei pensato fosse possibile o di Alessandro che ha chiuso la giornata come solo un Uomo sa fare.

Ecco cosa mi porto a casa da questa esperienza. 
Grazie a tutti.

Andrea C.

mercoledì 7 agosto 2013

Scalata alla Cima Vioz (3.650 metri)

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Prima esperienza di questo tipo della mia vita, assolutamente da ripetere! Assieme ad Alessandro Colombo, Luigi Mengato e poco più di venti manager della Azienda Climaveveneta, venerdì mattina sono partito da Pejo in Val di Sole per scalare il Monte Vioz dove a 3.535 ho raggiunto il rifugio “Mantova”. Evento organizzato da ADECCO Formazione, molte le incognite da affrontare, prima esperienza di questo tipo, alcuni punti innevati da attraversare con le stampelle, altitudine, ecc.. Con il supporto di Massimo e Davide, guide esperte, ho iniziato a percorrere il sentiero che passo dopo passo diventava sempre più complicato, grossi massi da oltrepassare, lunghi tratti innevati e pendenze elevate. Temperatura altalenante a seconda se c’era il sole oppure nuvoloso ma comunque nonn c’è mai stato il bisogno di coprirsi con giubbotti pesanti e soprattutto non è mai piovuto. Ad un’ora dalla vetta il momento più difficile dove ho dovuto concentrarmi più sul resistere alla fatica che pensare a quanto mancasse, sguardo fisso a dove appoggiavo le stampelle ed il piede ma mai sulla cima della montagna. Arrivati al rifugio mi sono complimentato con tutti gli scalatori del gruppo e dopo pochi minuti di relax sui gradini ci siamo avviati tutti assieme verso la cima del Vioz per l’ultimo impegno fisico della giornata. Foto di rito e siamo scesi per riposarci un poco prima di cena. Atmosfera ottima tra tutti i componente del gruppo ed alle dieci tutti a nanna…nel mattino c’è da scendere!!! Mi sveglio con un leggero mal di testa, colazione con Ale e piano piano ci raggiungono tutti ai tavoli. Ore 8,20, si parte per il ritorno, riposato e senza mal di testa. L’impresa, così si può definire per parecchi di noi è oramai quasi riuscita e sebbene siamo molto stanchi non mancano mai battute e sorrisi durante le 4,5 ore che sono servite per raggiungere Pejo. Luigi, formatore ed organizzatore delle due giornate, ci fa disporre in cerchio per un breve de-briefing e tra saluti e ringraziamenti ognuno cerca in poche parole di esprimere le proprie emozioni di quelle due giornate “insolite”. Un’avventura che viste le sensazioni e le emozioni provate non rimarrà fine a se stessa. Andrea Devicenzi Questo Post è tratto dal sito www.andreadevicenzi.it

domenica 28 luglio 2013

giovedì 25 luglio 2013

Riflessioni  sull’esperienza del Vioz
Premetto che  non sono uno scrittore   e  la mia mente, più orientata verso le materie scientifiche, mi ha sempre portato  ad una sintesi estremizzata ed a razionalizzare  la mia quotidianità. Questa premessa    mi serve per  farvi capire  che lo sforzo profuso per scrivere queste righe supera di gran lunga la fatica fisica   dell’ascesa al Vioz, ma  ritengo giusto  che  anche io faccia la mia parte di resilienza.
La mattina del 19 , entrato nella sala  ristorante per fare colazione, ho subito percepito l’adrenalina aleggiare nell’aria. Negli sguardi  dei miei compagni  traspariva una fortissima eccitazione  ed una forte convinzione di voler raggiungere la meta. Sicuramente qualcuno  nutriva dei timori, delle paure,  dell’ansia, delle perplessità verso questa meta   che sembrava  sconosciuta  e allo stesso tempo conosciuta  grazie alle informazioni  raccolte, ma  l’energia positiva che aleggiava nella stanza  riusciva  a  nascondere qualunque  perplessità. Anche i ns compagni che per  problemi personali erano stati costretti a  scegliere  un percorso  formativo  “meno fisico”, erano partecipi  dell’eccitazione che aleggiava e,  con grande  spirito di solidarietà e partecipazione, anziché rimanere a dormire beatamente, si sono  alzati per fare  colazione insieme e ci hanno accompagnato fino alla partenza della cabinovia. Bravissimi!!!!!
L’ascesa  è stata fantastica, alle emozioni   del paesaggio si sono unite mille e più sensazioni: lo sforzo fisico è stato del tutto dimenticato di fronte alla volontà di superare gli ostacoli che si presentavano lungo il percorso, mai una nota di  sconforto  ha offuscato la volontà del gruppo di raggiungere la meta tutti insieme. Passo dopo passo è aumentata la  coesione, la  volontà di far fronte comune  per superare le difficoltà, i momenti di debolezza dei singoli sono stati alienati dall’energia e volontà del gruppo. 
La totale mancanza di un leader  mi ha impressionato e mi ha fatto  ripensare agli insegnamenti di Luigi in aula! Ognuno diventava leader  per  portare la propria “eccellenza” al servizio del gruppo in modo del tutto naturale, senza  stimoli o sollecitazione da parte dei compagni, nel momento  in cui   nasceva l’esigenza. C’era la naturale percezione del singolo che in quel momento  il suo apporto era necessario  al gruppo.
Andrea ci ha dato una grandissima lezione di vita affrontando le difficoltà   del percorso con   positività  e serenità,  è stato  capace di rassicurarci e tranquillizzarci ogni qualvolta ci preoccupavamo per lui  perchè lo vedevamo  profondere  degli enormi sforzi fisici per  superare  ostacoli che sembravano  impossibili ai più. Mi rimarrà sempre impressa nella mente  l’immagine di quest’Uomo (la “U” maiuscola è d’obbligo) determinato, equilibrato, sereno, positivo, consapevole delle proprie capacità, qualità, limiti.
Alessandro è stata una vera sorpresa!  Dai diversi commenti  sul blog è sempre  apparso come  l’atleta che ci avrebbe  portato tutti sulle sue spalle  fino al Vioz. Una persona molto  decisa e sicura delle proprie capacità, sempre disposto ad innalzare  l’asticella del  suo limite personale, il classico  uomo  “mi piego ma non mi spezzo”. In realtà ci ha  dimostrato un’umanità sopra ogni limite ed insegnato la vera resilienza  quando ha capito che  il percorso era  al di sopra delle sue aspettative.
Che dire, due grandi maestri di vita!!!!

Tra i Climavenetiani  ci sono stati dei “guys” a  dir poco stoici.  C’è chi ha affrontato e superato la paura  delle vertigini, chi la  sofferenza fisica dovuta allo sforzo, chi la nausea ed il mal di testa dovuto all’altitudine, chi i dolori alle gambe, chi  i dolori causati dai  calcoli (non mi sto riferendo all’algebra!!), chi pur avendo ogni più piccolo muscolo che “gridava vendetta” ha voluto a tutti i costi  portarsi  lo zaino fino alla meta (e ricordatevi che lo zaino  è pesante  pure in  discesa), chi ha aiutato i compagni di spedizione a superare gli ostacoli, chi si è sobbarcato lo zaino degli altri..........riassumendo  per chi non c’era potrei dire  che  avevamo un bel “fritto misto”.

La permanenza  nel rifugio è stata rallegrata dal cameratismo  che si è subito creato  in queste piccole camere stipate con 8  energumeni che hanno saturato l’aria  e consumato l’ossigeno in poche ore. Qualcuno ha definito l’atmosfera da “ragazzi in colonia” ma dalle battute che  circolavano io la definirei più  un cameratismo da vecchi “naioni” (ndr. Militari in servizio di leva).
Nemmeno in rifugio ci siamo dimenticati  dei compagni che   erano rimasti  a valle, scambiandoci foto  goliardiche sulle diverse esperienze. E’ stato un bel modo per   mantenere uniti i due gruppi.
Un’unica precisazione:  in tale camerata oltre a soffrire la carenza di ossigeno, io ho sentito anche la  mancanza di 10 centimetri di letto che mi hanno costretto a  dormire  in parte  in “in posizione fetale” ed in parte con i piedi a sbalzo sopra la sponda del letto.
E così  alle 5.30  mi son ritrovato con qualche  altro collega sofferente di insonnia, a calpestare  la neve   caduta nella notte, respirando  aria fresca in attesa di  rimanere estasiati  dai bellissimi colori di un’alba mozzafiato.

Molto emozionate è stato il ritorno al “campo base” dove abbiamo ritrovato gli amici che nel  frattempo avevano svolto un percorso diverso. Piacevole lo scambio reciproco di complimenti, soddisfazioni ed emozioni, con la voglia di condividere  l’esperienza “a caldo”.
Per concludere  in bellezza la giornata, o egoisticamente per prolungare  più possibile le emozioni della  “due giorni”, ho accompagnato colui che mi definisce  bonariamente “la zecca feltrina” (ma quanto bonariamente??) nell’ascesa fino a Pejo. Casualmente abbiamo  conosciuto un “locale” che, raccontandoci mille curiosità sul luogo, ci ha guidato  in una “vorticosa” discesa per scorciatoie  accessibili solo ai locali, tra baite ed alpeggi, facendo 800 metri di dislivello negativo  in un’ora per poter assaporare  una  fresca birra  con questo nuovo amico.
E adesso sta a noi applicare tali insegnamenti alla quotidianità lavorativa  e non.
…e con questo anche il mio esercizio di resilienza è terminato. Spero di  avervi strappato  almeno una “rosicata”  sufficienza  senza la solita frase di tutte le mie  prof di italiano che senza fantasia immancabilmente alla votazione aggiungevano il commento: “tema grammaticalmente corretto ma  troppo sintetico”.
Ciao
Luigi

mercoledì 24 luglio 2013

…. a volte basta attendere un attimo per avere maggior chiarezza.

 

Marcello ci scrive …….

L'esperienza del Vioz ha dimostrato che quando l'obiettivo e' chiaro e definito il gruppo funziona e sa coalizzarsi per raggiungerlo.
Come nel Vioz anche in azienda occorre defire una mission che aggreghi tutti in uno o pochi altri obiettivi da associare poi a piccoli e medi tasks.
Guardando dalla cima del Vioz a valle si vedevano in continuazione nubi addensarsi e svanire, nella vita aziendale accade altrettanto ed a volte basta attendere un attimo per avere maggior chiarezza.
Quello che mi sono portato a casa sabato e' stata la soddisfazione di arrivare tutti insieme ed il calore di unirsi ai colleghi che ci aspettavano a valle.
Se dovessi associare le mie sensazioni ad una foto sceglierei quella di Alessandro che nel cerchio finale ammette di essere arrivato ma di aver trovato un suo limite di resistenza.
Non sono convinto che tutti noi abbiamo trovato il nostro ma di sicuro abbiamo trovato lo stimolo a cercarlo.

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Diversità, appartenenza

"Allora, come è andata?" mi hanno chiesto i colleghi al ritorno dall'avventura del fine settimana scorso.
"Abbiamo saputo che la salita al Vioz è stata una bella avventura, ne parlano tutti - c'era perfino un articolo sul giornale...".
"Bella domanda..." ho pensato tra me e me.

"Com'è andata ?" è una domanda che ha un suono diverso per me e per gli altri quattro colleghi che il Vioz l'hanno visto nelle foto del sito del rifugio (e nelle immagini spettacolari che ci hanno mostrato quelli che il Vioz lo hanno vissuto sul serio, in prima persona).
La mia prova di resilienza è stata sicuramente diversa. La nostra prova di resilienza è stata diversa.

Respirare l'aria dell'entusiasmo della prima sera, nella sala TV dell'hotel che ci ospitava, è stato elettrizzante anche per noi che lì sopra non ci andavamo. Ci ha sicuramente fatto piacere che alcuni si siano prodigati fino all'ultimo per tentare di "motivarci" a salire: "Sarebbe bello che anche tu fossi della compagnia!" è un bel messaggio.
Però...
Travolti dall'impeto di partire, arrivare, conquistare, parecchi colleghi si sono dimenticati di chi "rimaneva giù" anche solo per salutare e poter vivere dei minimi scampoli della grande avventura del Vioz. Non un cenno di comprensione, non un messaggio di solidarietà, non un minimo interesse per i motivi della rinuncia (qualcuno se li ricordava, sempre che li sapesse?), non un apprezzamento per il "disturbo" di essere lì senza avere la ricompensa di poter poi dire "ce l'ho fatta".
Ecco la nostra prova di resilienza: non soccombere al pericolo dalla "sindrome di Calimero" che rapidamente ci spostava dal dubbio ("forse avrei potuto provare", "forse sarei dovuto salire"), alla rabbia ("qualcuno si ricorda perché non salgo?"), fino al comodo rifugio della fuga di un "era meglio se me ne stavo direttamente a casa".

Così è iniziato il nostro Vioz. Non uno sforzo fisico, ma lo sforzo mentale di dover riuscire ad accettare (prima di pretendere che fossero gli altri ad accettarlo) non di essere semplicemente i "panchinari" ma di trovarci direttamente in tribuna. Essere una minoranza ma, nonostante questo, appartenere al gruppo. Ammettere e accettare i nostri limiti di poterci essere solo nei primi e negli ultimi momenti della spedizione. Del resto arriva un bel momento in cui si deve tirare una riga rossa e riconoscere i propri limiti oltre i quali c'è l'incoscienza. E saremmo stati dei begli incoscienti a salire, oltreché un peso per tutti...

Poi abbiamo fatto la nostra piccola esperienza di formazione. E' stata una bella sorpresa e una piacevole esperienza; abbiamo attraversato paesaggi naturali paradisiaci, anche noi accompagnati dalla "nostra" Beatrice (nome omen). Abbiamo giocato, abbiamo imparato qualcosa di nuovo, abbiamo iniziato a conoscerci e riconoscerci in un ambito ristretto che - pur essendo maggiormente controllabile - è stato uno spazio in cui abbiamo dovuto esporci, non avendo la possibilità di "nasconderci nella numerosità". Ci siamo sentiti parte di un gruppo.

Sabato mattina, alla fine, ci siamo ricongiunti con tutti gli altri e abbiamo capito.
Abbiamo capito che non eravamo diversi noi, solo il percorso era diverso. Lassù, al Vioz, c'era *tutta* Climaveneta: c'eravamo anche noi e, una volta scesi, dovevamo fare in modo che ci fossero anche quelli che erano rimasti in ufficio a lavorare.

Di certo non ci siamo sentiti di serie B, così come Buffon non si sente meno importante perché non segna un gol ad ogni partita. Però ci sono anche rimaste delle domande senza risposta: le due esperienze, sicuramente diverse e divise, potevano (dovevano?) essere ricomposte?
E come era stata l'esperienza formativa del gruppo che era salito? Era solo una nostra impressione o nel loro caso l'aspetto "fisico" era stato prevalente, mentre la formazione era stata "lasciata" alla salita, come una specie di effetto collaterale?

In ogni caso, se all'inizio eravamo dubbiosi, ora eravamo totalmente convinti che fosse stata un'esperienza che andava vissuta. E ci sentivamo di voler ringraziare chi ci aveva dato la possibilità di farcela provare.


"Allora, come è andata?" insistevano i colleghi, vedendomi un po' titubante.
"Bella esperienza, davvero" sono riuscito a dire, alla fine.
"Ah... a proposito... Lo sapete che io non sono salito fin lassù, vero?".